AMARGA NAVIDAD di Pedro Almodóvar

Almodóvar é fisicamente lontano da quel presente che sarebbe poi stato il suo tempo perduto che da quegli anni-film, che sono i suoi anni luce, recupera in altre forme, segni, che non sono più i brandelli divertiti di vita narrata, complice e modulata nel suo scorrere attuale a sé stessa. Almodóvar ricerca, rincorre a ritroso e rintraccia e recupera raschiando intonaci e attraversando pareti di tempo, per quel che gli riesce, il proprio conosciuto, il bottino della sua inevitabile attenzione ai tesori altrui, le sue intuizioni di un super-tempo eventuale del genio della sua sospettabilmente improbabile preconoscenza. Non si lascia in pace ma la vive, la pace torturata della pratica indecente della sua scrittura, grande e irriverente riverenza a tutto ciò che le sue memorie, quella volontaria e quella involontaria, disposizioni d’animo salvifiche che lo possiedono, spietate, fino a renderlo spietato e indecente nell’arrotolare e dipanare fili gomitoli matasse del suo tempo ritrovato, e dell’altrui tempo, gli affiancano in continuità. Memorie e indecenza  lo trovano ancora affascinato dalla speranza, lo accompagnano a risorgere dall’indifferenza. Memorie e indécence da lui rese accessori e arnesi fondamentali nel tessere tele dalla trama più o meno fitta, sacche, tracolle, tovaglie di fastosi banchetti di sentire e morire e rinascere, solenni. Antiche classiche imperiture ginnastiche, katabasi e anabasi, morti per rinascite, rimodellate nel tempo del proprio esserci. Marcellino pane e vino sempre più spesso inzuppa madeleinettes nei suoi calici dorati di dolori e di glorie. Liturgia. Attualizzando i termini ormai consueti nella pratica attuale del trarre panorami ideali: un defilé, non di modelli ma di probabilità, lutti e resurrezioni che con costanza, incaponito e commosso ci regala.