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THE ECHO CHAMBER  regia di Andrea Pallaoro  29-9-26                                            con Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon

Ho visto un film. No, ho visto le due ore più lunghe della mia vita.

Un film di stronzi col tarlo dei sentimenti visibili nei personaggi di Ingmar Bergman, il solo che riusciva a filmarli, e che rincorrono  tutti i personaggi più insopportabili di ogni possibile gamma rappresentata in ogni forma scenica. La speranza, dopo il terzo sobbalzo di incredulità, è quella di un suicidio collettivo che li e ci tolga da quel loro come soffro come m’offro, un atto, un gesto, il gesto, di gruppo, o in separata sede di ognuno di loro e che la macchina si sposti, in un provvidenziale piano sequenza, nella zona seminterrato di un grande magazzino dove, nel reparto supermarket-alimentari, inquadri volti fluttuanti nella realtà quotidiana con negli occhi riflessioni sul perché del rincaro della cicoria, sull’avere o meno dimenticato qualcosa, che so, le patate e il latte per la purea da servire la sera col cotechino, che così si va a letto appesantiti ma sazi e si risparmia rispetto alla cena con non saziante bistecchina ai ferri visto che nonostante il carrello quasi vuoto non si arriva a fine mese. Che uno sciopero contro il caro mortadella ci grazi. Poi, dopo interminabili 105 minuti circa, 70 dei quali subiti a veder fissare un fazzoletto, o sul muro una pulce che non c’è, auscultare il dolore di un divano o dell’angolo di un letto, il Lui della situazione, per una qualche giustizia divina si spetascia fuori scena, rumorosamente, non visto ma credutissimo da me che non aspettavo altro e, spero, da almeno tre degli altri cinque spettatori la cui tenacia riempiva la sala. E lì interviene, salvifica, la catarsi del film; che si purifica, diventando puro teatro nei tempi e nei dialoghi.  Ecco, ci voleva tanto?  Un due, un due, un due. E per la magia che il teatro, anche solo formale, anche fuori da sé, altrove, anche quando applicato a un gancio da rimorchio, ovunque, riesce a permettersi e ad ammantarvisi, manifestandosi teatro in ogni dove, in cielo in terra e in ogni luogo, ecco che quei tempi e quei dialoghi ci  riconciliano con parte della nostra educazione sentimentale, ci ricompensano, ci distraggono dal momento che ci ha stretto finallora in nessuna morsa, ci accompagnano a immaginare ectoplasmi di ciliegi immaginabilmente pensosi, pazienti e benevoli, di soli caldi voluti anche se non avuti,  di qualsiasi triccheballacche e buongiorno e buonasera tristesse, e mamma mormora il piccino che piccino non è più. Da mo’. E corriamo verso Godot rincorsi da Estragone e Vladimiro e Pozzo e Lucky e il messaggero, irrorati dall’urlo da dietro le quinte di una fetta di pane spalmata di burro che ha dedotto nella penombra il contorno immortale di un guerrafondaio. Salvi. Salvati dalla magia che, benché materializzatasi salvatrice in forma di ciambella con papero, è magia del teatro anche in due soli elementi, del teatro che, pietosa, nebulizza tutt’intorno e nella pur un po’ ladra modalità in cui ci è offerto diventa finalmente quella musica di cui per 105 minuti si è fin lì tanto parlato e prodotto a vanvera.  Mai tanta voglia di sora Lella, ah annamo bbbèèèèène.                                                                                                                                           123 minuti di bravura, a quale scopo?, di Marinelli, di una brava obbediente rassegnata piena di buona volontà Vikander e di una Sarandon esposta al ridicolo accettato chissà perché, di doppiaggi atroci che si giustificano e diventano funzionali appunto solamente nella teatralità dei tempi e dei dialoghi, a lentissimo pendolo, estranei al dovere di giustificarsi, degli ultimi dieci minuti, i soli minuti fuori dalla stronzaggine, dieci, espressi in lettere, così sembrano generosamente di più.

 

 

IL TEMPO È IMPLACABILE  Ragù e zucchine 05-08-21

 

 

Il tempo è implacabile.. quando un’epoca è passata, è passata. E non è più l’epoca in cui qualcuno ti vizi, nessuno ti vizia più. Nemmeno le amiche più più più ma così più che per te, guarda!…, farebbero chi sa che… Nemmeno le rosticcerie-gastronomie-delicatessen-vien dal mare. Nessuno, niente, nada, nisba, nessuno ti fa più gli zucchini ripieni. E allora? E non te li puoi fare da te? No. Eh no. Perché come tutte le cose speciali di questo mondo, anche gli zucchini ripieni se te li fai da te fanno l’effetto di un regalo di Natale che ti sei comprato da solo un giovedì a caso di dicembre. Ma quella voglia… quella voglia… Sai non è poi tanto grande in fondo… se la si guarda sul mappamondo… E uno se la sogna anche la notte e ci si sveglia la mattina, non con quella voglia, che di mattina appena svegli non ci sta, ma con quell’idea lì. E allora uno, a tentoni, gli occhi semichiusi della domenica non troppo presto, decide di tagliar corto, prima di farsi il caffè apre il frigo, tira fuori dal congelatore il ragù che si è fatto la settimana prima e che come tutti i ragù col tempo è diventato più buono, lo mette a scongelare e capisce che ha deciso di volersi bene. Domenica! Vivement dimanche! Domenica è sempre domenica. Sora Menica, oggi è domenica, lassece sta’. Il ragù lì che scongela e lui via per Pedona lungo la via nei boschi sopra Pian di Mommio. La ricetta del ragù? La stessa per tutti, ognuno a modo suo. Il ragù è una delle cose che più somigliano, in ogni sua riuscita, a chi lo fa. Il ragù è il ritratto di sé stessi. L’impronta del proprio palato che nemmeno.. nemmeno… nemmeno il commissario Ingravallo del Pasticciaccio. Sicchè, il ragù e lì, scongelato, mia carta d’identità, i piedi giù in fondo alle gambe, li sento ancora sui ciottoli del monte. Gli zucchini nell’acquaio a lavare; li asciugo e li taglio a metà in lunghezza e poi a tocchi, alla camaiorese, diceva la Chica. Il tegame di misura strategica è sul fuoco, con poco poco olio a scaldare bene. E gli zucchini a tocchetti appena ci arrivan dentro ci fanno sfriii sfriii. Come ci fanno gli zucchini a tocchetti? Sfrii!… sfriii!… mentre li giro e li rigiro perché facciano la pellicina sul verde senza sbruciacchiarsi. Guardo la pasta nel pacchetto che mi guarda dalla finestrina trasparente come a difendersi già delle boccate che le darò e mi spara in faccia il suo nome, come se fosse un’ancora di salvezza, un’ultima difesa possibile… Rummo! Solo per te la mia canzone voooola! Ha poco da cantare… Gli zucchini sono al quarto minuto di sfrigugliamento, si prendono una spelucchiatina di peporin-timo e un po’ di sale, un altro mezzo minuto di rigirate sul fuoco molto alto per un altro po’ di pellicina e via che gli piove addosso il ragù scongelato che ricco li ammanta nell’abbraccio della ricottura insieme. Lo sento già dall’odore il sapore degli zucchini ripieni che non dico le rosticcerie-gastronomie-delicatessen-vien dal mare, ma perfino le mie amiche più più più ma così più che, per te, guarda, per te!.. non mi fanno più. Nun t’accora’.. nun t’accora’!… Ma ci siamo!… la pasta è pronta, di molto ma di molto al dente! …nel ragù salta… zucchin non manca… sul fuoco sventola… bandiera bianca?.. macché!… il gran pavese!!!… Andiamo, è in tavola.

(Parmigiano – uno dei grandi sovrani del mondo – a piacere).

P.S. Piatti sempre rigorosamente bianchi… i colori trionfali sono quelli dei cibi.

 

IL PESO DELLA BELLEZZA   (Nuova Ciminiera 16-09-18)

 

Mentre le modelle grissino Twiggy-ramoscello e Jean-gamberetto    portavano  su e giù per quei moli anglo-franco-mondiali della fashion beauté che erano le passerelle anni 60 i loro trentotto o quaranta chili di peso percorrendo quelle folgoranti ribalte leggere come piume, evanescenti e cariche di una grazia inconfutabile quanto impalpabile, la Luigia profondeva ogni suo impegno e ogni robusta forza che straripava dal suo fisico paramilitare d’assalto nell’ infilare i suoi 84, di chili, in minigonne che lei riusciva a ricavare da scampoli di tappezzerie e trovarobati d’abbigliamento a suo credere molto up-to-date coi quali di giorno in giorno superava se stessa e colui che in epoca lontana aveva ideato il broccato, annientandolo nella, a paragone, semplicità della sua invenzione, con i suoi celebri, temuti quanto attesi broccati-patchwork; con addosso i quali, lei affrontava combattiva la lotta che quotidianamente le compagini femminili del L.C. Giosué Carducci ingaggiavano per essere guardate dal più bello dell’Istituto: il Serapioni Gigli, media dell’otto, palazzo avito. Biondo. Che la guardava eccome, la Luigia,  inebetito da ogni suo apparire, dal suo puntuale portare il mento in alto entrando nel portone dopo aver  attraversato il cortile con lo stesso incedere con cui lei credeva che la Shrimpton o la Twiggy riguadagnassero le quinte dopo ogni loro vai su e giù con miniabiti geometrici, minigonne non ancora micro ma comunque piccoline davvero, mini-altro e mini-chissàcosa di petali di begonia di rasatello o cellophane tenuti su da un niente di stringhe che, a rischio di segargliele, si appoggiavano sulle spalle di quei due fuscelli come viperini capelli d’angelo; o forse, quelle quasi suggestioni di abitini e stendardini pelvici erano semplicemente sorretti dalla sola imbronciata felicità di quelle sottilissime fette di fanciulla che sembrava che, più che abiti, sfilassero, a tratti cercando di negarla con bronci infantili da vicina di casa di Lewis Carroll, la loro gioia di essere giovanissime ed eteree, e celeberrime, e mitiche. E ricchissime; tanto che, se in quell’epoca di figli e figlie dei fiori, avessero voluto pensare ad una loro nonna, il loro pensiero avrebbe dovuto e potuto volare, posandovisi leggero, fin su di un’orchidea rarissima e preziosa se non su una qualche Camelia-nobilis  del Sahara  o Gardenia-regale delle Ande o Asfodelo-tibetanus ancora tutti da scoprire, magari nel corso di  un qualche loro ieratico viaggio in una nuova Shangri-là.

Il degagé impegnatissimo del Serapioni Gigli  – giovane N.H. le cui giornate erano scandite da un puntuale rapsodico componimento di tweed e cachemere e alpaghe e english shoes con  un’ immancabile, appena percettibile “che” di stonato come una cravatta o un qualsiasi altro accessorio sapientemente fuori tono che l’eleganza edoardiana da lui mai un sol istante dimenticata raccomandava – costruiva, assieme all’ imperioso e autorevole ‘fai da te-fai di più’ della Luigia, l’autentico avvio, per via oftalmica, della nostra giornata.   Erano, il Serapioni Gigli e la Luigia, la più conclamata prova, e il più semplice e accessibile esempio in cui avremmo potuto sperare, delle idee di convivenza, di differenza di stili, di compatibilità degli opposti all’interno di una stessa struttura – la nostra classe – ; ed anche  di sinergia, visto quanto la  Luigia, nella determinazione di conquistare il Serapioni Gigli a forza di mini-salopettes e mini-falpalá in broccato e il Serapioni Gigli, con la sua volontà di ammaliare comunque anche la Luigia per non rinunciare nemmeno a una sola tacca sullo stipite-bloc notes delle sue conquiste, lavoravano molto produttivamente a garantirci quello che sarebbe poi diventato più in là lo sviluppo televisivo-internazional-popolar-familiare-stiro-cucino e ascolto dei concetti per i quali ognuno ha il diritto di amare, che anche i ricchi piangono, e di quanto si possa essere schiavi d’ amore, amati o amanti che siamo, schiavi cioè della pirotecnia del nostro amore per qualcuno, dell’amore di qualcuno per noi, o anche solo del nostro per noi stessi.

Mentre Londra, dopo aver ringhiato un bel po’ con i teddys e i mods, ruggiva sempre più forte in sottofondo alle raccomandazioni agli yé-yé di vivere bene e volersi meglio musicate e cantate dai lindi Beatles, la Luigia e il Serapioni Gigli sviolinavano l’una per l’altro e l’altro per sé la sinfonia dei loro guardaroba. Un ricordo che nella memoria riscalda le impronte ancora gelide di quella sfilza di spietate otto del mattino invernali  è quello delle loro apparizioni, l’uno a poca distanza dall’altra,  nell’atrio dell’Istituto: con il defilé con aria da ripasso di Seneca fumando una  Kent, dell’uno, sul marciapiede sul quale l’altra scendeva dalla macchina del fratello deputato a salvaguardare la sua totale, certissima, indubitabile integrità da eventuali disperate imboscate di chi non avesse alla fine più saputo resistere a tutta quella grazia di Dio avviluppata in quella marmellata di farfalle o soppressa  di bandiere internazionali, di quel frullato di campionari tessili ed eclettismo architettonico che erano le sue mises. Lanterna magica,  caleidoscopio, enciclopedia di colori e linee caduta nel pentolone della ribollita.

Il lampo dello psichedelico che in quegli anni illuminava il mondo era niente di fronte a quell’aurora boreale che erano i composé optical-rococò della Luigia, organizzati come un disegno di Hescher, che secondo il tuo umore e disponibilità del momento ti portavano sicuramente da qualche parte senza che tu potessi più essere in grado per il resto della tua vita di sapere dove e come c’eri arrivato. In quegli anni con le generazionali piantagioni di additivi vegetali ancora acerbi e di laboratori di chimica   underground ancora  freschi di calce, noi, pochi libri incerottati in una cinghia di gomma, ogni mattina eravamo automaticamente generosamente addizionati dall’ offerta continua della Luigia-Production, etonnante, stordente, sorprendente e insieme quotidianamente garantita, comoda e servita lì come un toboga imburrato come una fetta di pane sul quale scivolare, l’una e l’altra mattina, con continue varianti a seconda di  che rotta avesse deciso l’ impegno che la Luigia quel giorno aveva scelto, come sempre, di profondere per conquistare il Serapioni Gigli a botte di modeling; impegno  che, anche nelle giornate di stanca, faceva impallidire quello di Grimilde davanti allo specchio delle sue brame, delle sorellastre cattive di fronte all’ idea del ballo, di un Narciso inamovibile e impavido e imperturbabile di fronte al rischio reumatismi e della maga Enotea dalla bellezza  inarrivabile ed oltraggiosa.

In un’epoca in cui assieme ad hot pants a stelle e strisce “alti” come un ansaplasto, gonne ad effetto mantovana non più alte, dall’orlo alla cintura con fibbia da un chilo, di un cassetto di comodino con dentro una porzione di ragazza ultramoderna e ultralanciata verso una vita assolutamente intesa come interminabilmente da ragazza  ultramoderna e ultralanciata – in quel tempo in cui, nonostante l’avvio verso l’amore libero e bello e la famiglia dove capitava di farsela, si avviavano latentemente al trionfo i concetti di partenogenesi e non avrò altro figlio all’infuori di me – la perenne floridità della Luigia dirompeva straripando da quegli accenni d’abito coi quali la moda pretendeva d’essere omaggiata da ogni, ma proprio ogni, ragazza rinfrescandoci, in alcuni casi – col soffocare devoto di alcune dentro ogni che ci fosse di piccolo e sottotaglia –  il ricordo delle balie strabordanti dai corsetti conosciute nei racconti pieni di latte di campagna, umano e bovino, delle nonne e delle prozie.

Aver perso di vista la Luigia, negli anni immediatamente post scolari, mi fa sentire come derubato della testimonianza  diretta di un bel trancio di possibilità-esempio di evoluzione della specie. E più dell’ infinita lungimiranza della Twiggy che “cavalcata l’onda travolgente degli anni Sessanta” (M.C. Repubblica 28/09/02) “non ne conobbe l’infrangersi, la deriva”  prendendo in tempo “le distanze da un mondo al limite” – quando si dice il buonsenso, signora cara! – mi affascina la capacità della Luigia di essere silenziosamente andata, di sorpresa, oltre ogni apparentemente lampante scontato orizzonte già delineato da ingannevoli evidenze.

Un anno dopo il liceo, dopo cinque anni in cui l’aveva guardata come le Rolleiflex dell’epoca guardavano le auto pubblicitarie del Binaca fatte a forma di tubo di dentifricio al seguito del giro d’Italia attraversare Piazza Duomo a Milano e come in epoca successiva Boldi avrebbe guardato Moira Orfei sdraiata in turbante sotto un elefante, il Serapioni Gigli la Luigia la sposò. Da allora non ne sappiamo più niente, nessuno. Di tutta la classe nemmeno uno ne sa qualcosa. So soltanto che si trasferirono a New York. Ma quando ho letto di Twiggy su quel giornale che ne celebrava le qualità e la forza di mito intatto e di sopravvissuta al crollo di un’epoca titolando:  “Prima modella poi mito. Twiggy torna a sfilare a Roma”, ho avuto un brivido. Ho rivisto come un lampo scorrermi davanti agli occhi le mattine di cinque inverni, mi sono sentito in bocca di colpo il gusto di determinazione dell’ impegno di 84 chili di Luigia a camuffare da defilé hippy-surreal-camp-burino-peloponnesico la sua corte al Serapioni Gigli. E nell’animo una convinzione come una rivelazione: non era Twiggy a Roma. Era la Luigia.

 

LA FORMA DELL’ACQUA  15-11-17

Regia di Guillermo Del toro – Cast eccellente da Michael Shannon in là.

 

Bellissimo film, The Shape Of Water. Magistrale uso insostituibile di tutti i luoghi comuni come mezzo per raccontare ed entrare in una realtà alla quale tutti vorrebbero o – assolvendosi completamente, lontani dalla consapevolezza di che altra pasta siano – credono di appartenere. E’ la solita inevitabile volatile libertà inevitabilmente fedele a tutti gli elementi che compongono la letteraria irrinunciabile visionarietà sudamericana.

La bellezza delle immagini, fotografia, scenografia, ambienti, cast perfetto, icone di un insieme perfettamente variamente iconico, più che propedeutici introduttivi potrebbero trarre in inganno, essere trabocchetti nei quali poter anche  cadere, nella delusione per il sospetto dipanarsi di una ormai banale letterarietà luogocomuneggiante se, come un naturale e puntuale colpo di scena, uno stato di grazia cinematografico non intervenisse al momento giusto ad allargare, illuminare, ossigenare il campo dei riferimenti alle storie sacre e fiabesche di ogni tempo e genere, all’universale sentire, essere e desiderare, così perfettamente riassunti. Fino a farci sentire di respirare diversamente, come forse respirano, durante e alla fine, le due creature del film.

Quando il cinema si fa letteratura cinematografica. Sapendo benissimo cosa vuole, da dove partire e con che cosa e a che cosa  arrivare .

Alla  condizione di un bieco sentirci spettatori portatori di un’anima eletta per il subdolo, presuntuoso, rapace e auto-assolutorio meccanismo dell’immedesimazione.

 Con: Sally Hawkins, Michael Shannon, Michael Stuhlberg, Doug Jones