
GLI AMENTELLI 12-02-2007
Gli amentelli sono l’elemento più interiore nell’essere di ogni fanciulla di Gamberatico e Falangina. Gli amentelli si acquisiscono nascendo ragazze, a Gamberatico e a Falangina. I maschi ereditano naturalmente le palitane e le matuccole, che sono sì di invidiabile corredo alla loro crescita e al loro sviluppo da bambini a ragazzi, a giovanotti, a uomini e sapranno convertirsi in basamento per la loro vecchiaia, ma niente hanno a che vedere con la radicale importanza di un patrimonio come quello degli amentelli, che va in esclusiva alle fanciulle.
È capitato, come alla Gemesia, la figlia più piccola, avuta a quarant’anni, della Rosa, che qualcuna sia nata senza il suo potenziale di amentelli, ma da sempre in paese si sa che con tre anni e quattro mesi di novene ogni sera, glielo si può riassicurare. L’importante è che si riesca a dimostrare all’Alcalde che la bambina non ha quattro nonne, ma cinque. E che proprio la quinta, che al momento della nascita della Gemesia non era ancora arrivata in città dal lontano paese di Madriloga in cui si era trasferita al seguito del figlio maggiore Madruno che lì, in quel fuori dal mondo sull’orlo del confine, aveva sposato una attempata vedova, avrebbe dovuto portare con sé, da infonderlo alla bambina al momento della nascita, l’ereditario “senso degli amentelli”. Ma il fatto era stato che una sfuriata della vedova – ah quel funesto accasamento di Madruno! – per sospette premure contraria a quel viaggio con sicuri sette, dico sette, controlli doganali e una annunciata sequenza di blocchi di polizia scatenata alla ricerca di un forziere rubato a Galblero, poco lontano da lì, aveva ritardato di molto la partenza e causato un ritardo tale per cui la bambina era nata senza che che la quinta nonna fosse lì ad infonderle il senso degli amentelli. Ma la novena prese a snocciolarsi nelle case di ogni vicolo, prossimo e meno prossimo, tra i giorni e tra i mesi di quei necessari tre anni e quattro mesi a venire. E alla fine, anche Gemesia ebbe nel suo più profondo, il suo patrimonio naturale di amentelli.
© Copyright lelecerri.com

CARI MIEI 07-03-2007
La più corteggiata al veglione delle Galapecche di Gavedanno Alto, a suo stesso dire, assicurano le amiche più care, è stata sicuramente la signorina Dangaburra Samidarmìnola Franca, rammagliatrice di fatti altrui e propri. “A casa e fuori” così dice il suo biglietto da visita che, nonostante la sera di festa inconciliabile, si penserebbe, con una tale pratica, si è sbrigata a distribuire ad ogni maschera, viveur o casuale mondano o mondana che le passasse accanto. Il biglietto, forse per la nota avarizia, della quale, ormai, in tutta la regione non si ha nemmeno più la voglia di dire, reca sul retro gli estremi del cugino acquistato Anselmo, marito della cugina materna Edìnora , pubblicizzandone l’attività di divinatore di eventi assicurando nei dettagli che “non si escludono erti o giammàtrici di gusto elevato e di sostanza addentratrice”, proseguendo col riferire che è offerto “uno sconto di cortesia al maggiore cugino paterno di secondo grado di ogni decimo cliente” e che “le risposte vanno, naturalmente, richieste prima che siano date. Telefonare per appuntamenti al nº afkbtdezladtokt. (prefisso qtgdavdb). Lo Studio”, prosegue esaurientemente lo scritto sul biglietto, “ricordando che è attivo ed aperto alla clientela sia i giorni pari che quelli dispari, vi porge il suo migliore buon lagatico”.
Il biglietto si insinuò, chissà per quale passaggio inavvertito, anche tra le dita di una delle mani finemente guantate del signor Gaetano Madrepossi. Che un po’ si stupì della, evidentemente secondo lui fuori luogo, presenza in sala, tra ballerini e brindanti, di quel cartoncino di grana fine così denso di informazioni. E sì che lui non era solito stupirsi. Di niente, mai.
Gaetano Madrepossi, per fare un esempio, non aveva affatto da ridire a proposito di che sui suoi terreni di erbe aromatiche per i quali lui continuava categoricamente a rifiutare offerte vantaggiose per destinarli ad altra coltivazione, si scaricassero, abbandonandoli ad un destino apparentemente così lontano da quello industriale al quale parevano fin dalla loro progettazione sempiternamente consegnati, quei cilindri metallici con ventola incorporata che per un po’ di tempo avevano fatto parte dell’apparato di refrigerazione della fabbrica di ventole per impianti refrigeranti che la ditta di suo cugino Camillo Carboneri dirigeva, oltre che possederla, dalla morte del padre Audesio Carboneri Briganti, che a sua volta l’aveva ereditata dal suo, di padri, che l’aveva ereditata dal nonno. Che aveva cominciato come fabbricante di rivoluzionari ventagli metallici; dei quali, la sola idea, all’epoca, trascendeva di gran lunga ogni possibile immaginazione di rivoluzionare la storia del ventaglio.
La signorina Dangaburra, signorina aveva voluto ad ogni costo immutabilmente rimanerla, a tale scopo aveva abbandonato alla porta della Casa delle Suore di Mendregalla Terpina, rivendicando inoltre, così, il diritto alla somiglianza materna ereditandone quell’uso per il quale, già lei, si era ritrovata, sì, ben fasciata e ben avvolta in panni morbidi, di fronte ad un’altra casa similia similibus, ossia quella delle Figlie dell’Acciocché, che aveva, tra le altre, attività in tutto equiparabile a quella delle Suore di Mendregalla. La madre, calcolate o meno inverse urgenze sue, invece di prendere il postale che in pochissime, comode ore diurne l’avrebbe condotta confortevolmente dove aveva idea di recarsi, e cioè a Sagerania Corandina, un paese a 270 chilometri da Gavedanno Alto, era corsa via imboccando lo stradone in discesa che portava alla via Generatici che, attraversando la provincia per intero continuava, cambiando soltanto nome, anche nella confinante provincia di Smottola dove si trovava, appunto, Sagerania Corandina. Lì giunta, a piedi, ancora ad un’ora spaventosa di freddo e buio di due giorni dopo, la Veliria, così si chiamava la donna, si unì al farmacista del posto che, dicono, fosse il padre finallora ignaro della signorina Dangaburra Samidarmìnola Franca. Lui sempre preso a preparare pozioni, unguenti, a imbottigliare salamandre, lei così spesso a partorire. Cinque, gliene diede, di figli, quattro femmine e un maschio, il terzo nato. Ma Veliria non volle mai sposarlo, nemmeno dopo i cinque parti perché, replicava lei ad ogni proposta in tal senso di quell’uomo dall’odore così forte di chinino, “sono nata signorina e signorina voglio morire”.
Di tutto questo, venni a sapere durante il mio soggiorno a Basgruvia. Ma non ricordo da chi.
“CARI MIEI”, aveva scritto lei, la Veliria, ai suoi genitori appena presa coscienza della prima gravidanza, chamandoli “cari” per la prima volta nelle loro vite, assicurandosi una buona gamma di loro rimpianti, vergando il sentimento a caratteri cubitali maiuscoli di dimensioni tali che solo per quello le era occorso un primo intero foglio, tanto da necessitarne un secondo per proseguire a scrivere in semplice corsivo, “parto, e vi giuro che rimarrò sempre signorina. Vostra Veliria.”. Poi, non ne avevano più saputo niente. Solo alla loro morte, la signorina Dangaburra seppe di quella madre, di quella storia, da un postino di Sagerania che si era trasferito lì a Gavedanno che a suo tempo aveva conquistato le confidenze della Veliria confidandole, un giorno che andò a consegnare la posta per il farmacista e che lei le aveva offerto una certosa : “Se c’è una cosa di cui sono sicuro da sempre, è che rimarrò sempre signorino”. La Veliria, a quelle parole, trovò in lui un affine; al punto tale da straparlarsi ai suoi orecchi davanti ai suoi occhi straripati di congenialità. Come gli venne, poi, l’occasione di riferire il tutto alla signorina Dangaburra, non lo si è mai saputo.
Il postino, Marcesio Damarni, ex allievo del maestro Giudisio Aveldari, uno dei più grandi letterati e poeti di tutto il versante occidentale di quella catena di monti al cui centro sorge Gavedanno, ha consegnato alle stampe la sua ultima fatica di scrittore del giovedì, unico giorno della settimana in cui lui si applica nelle lettere, dal titolo “NIENTE PIÙ CANTI ORFICI MA SIBILI ASTINENTESI”. La signorina Dangaburra Samidarmìnola Franca ne ha ricevuto in omaggio la prima copia firmata dall’autore.
© Copyright lelecerri.com
LETTERE AL DIRETTORE 09-11-09

L’ANGOLO CLINICO

Ad inaugurare la nostra rubrica è questa lettera, la prima giuntaci in redazione, della gentile lettrice Signora Alvina Ghebardi.
Caro Direttore,
lei mi perdonerà se la chiamo Caro, sentitamente grata allo spazio che ha voluto dedicare a noi suoi attenti lettori, e se le scrivo per sottoporle un quesito così semplice, giudicabile, lo so, fin banale. Ma la pregherei di farmi sapere se manca ancora molto a che io diventi un’esperta nelle cose alle quali maggiormente aspiro. Cosa dice? Ho buone speranze? Con anticipate grazie.
Alvina Ghebardi da Settimiano Vederendelo
Cara Signora Ghebardi,
la chiamo Cara anch’io. Come vede, in queste pagine troverà tutte le risposte ai quesiti sul “taglia e cuci”, “taglia e incolla”, “taglia e butta”. I consigli su quest’ultima, delle tre pratiche appena elencate, potranno sembrarle a volte un po’ malevoli. Lei non se ne curi. Attinga tutto ciò che le serve, tralasciando eventuali sovrappiù che la sua coscienza, di buona madre e buona cittadina, oltre che di singola individua perfettamente in grado di valutare e distinguere, saprà sicuramente indicarle facendo sì che si staglino netti sul panorama delle buone cose da tenere e delle quali fare tesoro. Le sono fedele e le sarò accanto in tutto ciò che comprenderà l’esercizio di funzioni ad entrambi affini. Le porgo un cordiale saluto portatore delle più sincere gentilezze che il mio animo può offrire. Suo Gartino Meladrocchi, Direttore.
P.S.
Nel caso volesse lanciarsi in insperate evoluzioni di stile che non faticherei a definire pindarico, legga pure quanto segue nelle esili righe sottostanti.
Buonasera caro Signor Direttore.
Le scrivo dalla mia cittadina che è più che altro un paesotto che anche se la vogliono chiamare la ridente Mardetto Superiore, c’è davvero poco da ridere perché anche se in paese ci sono due dentisti, siamo tutti sdentati quasi del tutto. Per colpa dell’acqua, dicono qua. ma la mia nonna ci diceva a noi nipoti che era per colpa della sifilide del bisnonno nostro come di quella dei bisnonni delle altre famiglie. Insomma, più che da ridere c’era tanta malattia venerea, ecco. E poi che ci facciamo con tutti quei dentisti che sono gli unici loro che ci hanno la dentiera perché costa cara e quelle della mutua come se l’era fatta la mia nonna non ci stanno in bocca. O escono fuori mentre uno parla o ti fanno stare con le mascelle ferme che non puoi dire nemmeno sì senza levartela. Ma a lei, le risulta che ci siano tanti paesi nella nostra Nazione con questo problema dei denti e delle dentiere? A Valendara Farisma, che è a qualche chilometro da noi, e che spesso ci si sposa fra uomi e donne di qua e di là, dicono per vedere di rinforzare i denti e l’ossa, ci hanno invece il problema che hanno quasi tutti gli occhi storti. Per il vino, dicono qui da noi, perché i loro nonni bevevano eccome. Insomma, Signor Direttore, vengo al dunque e le chiedo se lei ci ha qualcuno che sappia risolverci questi problemi in modo da poter masticare e guardare quello che ci abbiamo nel piatto almeno la domenica, che è il giorno che si mangerebbe per davvero, a farcela dio volendo. Gli altri giorni non ce ne importerebbe neanche tanto. È sempre polenta o zuppa di pane e agli, ma la domenica almeno, i tironi col sugo dell’anguilla! Ci aiuta Signor Direttore? La ringrazio in anticipo, come da noi si fa sempre quando si paga, e la saluto. Gaerice Manfisio
Gentile Signor Manfisio, vengo immediatamente a proporle un trasferimento di tutta la cittadinanza del suo paese in una località termale in cui, a mia moglie, sopraffatta da scoramenti di ogni tipo, le si sono sistemati i rapporti con i singoli aspetti della propria esistenza. Addirittura, da pessimista che era, è diventata, grazi’a’ provvedimenti là in applicazione, moderatamente speranzosa. Sono certo che troverete anche voi quei benefici adatti alla risoluzione di ciò che al momento vi tormenta. Forza! Non ponete indugi! Alle terme, alle Terme! Voglio che mi sappiate solidale.
Vostro Gartino Meladrocchi, Direttore
Gentile Signor Direttore,
sono un encomiato alunno dell’Istituto Superiore delle Traslate Confidenti, sezione maschile, ovviamente, di Sadelmina Dellapiana, una ridente località in cui il numero di ambulatori oculistici sono in numero a dir poco impressionante. Pensi che qui da noi si può disporre di tre ambulatori ogni 2 abitanti. Considerato che la popolazione è di 700 anime, lei avrà già fatto di conto e ricavato il risultato che gli ambulatori dentistici testé presenti in paese son ben 1050. Non si può uscire di casa senza passare davanti od attraversarne uno: proprio in quest’ultima maniera sono obbligato a fare io, visto che il proprietario dell’appartamento del piano di sotto ha fatto valere una vecchia clausola, in cui con una cessione che vorrei definire bislacca, tutti i proprietari di alloggi nello stabile, cedevano a lui la proprietà del pianerottolo pur rimanendo l’invariabile disposizione che dovesse egli lasciare libero il transito a chicchefosse, perpetuamente, in ogni ora del giorno e della notte, financo con paziente a bocca a perta e trapano dentro in funzione. E allora, da un lato lui non rinuncia alla proprietà, dall’altro noi non possiamo certo scavalcare incisivi e ganasce spalancate nell’atto perdipiù di accogliere un dolore di quelli che a nessuno si augurano, o arrampicarci in cordata sulla facciata del palazzo per uscire di casa o per rientrarvi. Ecco, le ho bell’e descritto la nostra vita di condominio. Dica la verità, ce la invidia? E pensare che una volta, su diciotto appartamenti, tre erano occupati da tre famiglie di conti e due dalla famiglia di un granduca nipote di un marchese. Tutti di perfetta dentatura! E adesso…. Mi sento un po’ avvilito. Ce n’è di che, lei mi capisce, vero? Sono certo di sì. E la ringrazio. Suo lettore affezionato
Agato Venosti
Gentile Signor Venosti, ma no che non la capisco, invece! Non la capisco proprio. Ma proprio per niente. Come debbo dirglielo, per essere certo che se ne convinca, nel caso non se ne fosse convinto ancora? Non la capisco e delego la funzione di capirla alla Signorina Erfadia Vendri, mia segretaria, che ha vissuto la prima parte della sua vita con quattro dentisti: il nonno, il padre, lo zio e il fratello. Poi, man mano, alla morte, nel tempo, di ognuno di loro, ha tenuto viva in sé, così a lungo, quella sua realtà passata nella quale si affacciò alla vita, che ancora oggi, proseguendo a lavorare a novantasette anni, ricorda popolata di incisivi e molari, indimenticabili perle, tanto che non vuole andare in pensione per non avere a disposizione troppo tempo per ripensarci e rimpiangerla. Le ho così dato il numero di telefono che lei aveva messo in calce alla sua lettera come riservatissimo a scopi fondamentali. Di più fondamentale di quello che potrà essere la conversazione con la Signorina Erfadia, al momento almeno, non riesco ad immaginare nient’altro. Vedrà: si troverà bene. Le raccomando solo di urlare un po’, perché la Signorina è praticamente sorda. Magari badi lei a scegliere il momento di minor transito e scalpiccio a lei intorno, valutando l’intensità dei passi in quel via vai telefonico che ormai cadenza le nostre giornate enplein-air o in affollati atrii, per accennarle a qualcosa di intimo, personale. Ma lei sa sicuramente come si fa. La saluto. La saluto ancora, Signor Agato Venosti. La saluto per il resto delle volte che vorrà ancora scrivere, anticipatamente. Meglio rifarsi un po’ prima, quando se ne ha il tempo.
Distintamente
Gartino Meladrocchi, Direttore.
Gentile Signor Direttore, sono un encomiato alunno dell’Istituto Superiore delle Traslate Confidenti, sezione maschile, ovviamente, di Sadelmina Dellapiana, una ridente località in cui il numero di ambulatori oculistici sono in numero a dir poco impressionante. Pensi che qui da noi si può disporre di tre ambulatori ogni 2 abitanti. Considerato che la popolazione è di 700 anime, lei avrà già fatto di conto e ricavato il risultato che gli ambulatori dentistici testé presenti in paese son ben 1050. Non si può uscire di casa senza passare davanti od attraversarne uno: proprio in quest’ultima maniera sono obbligato a fare io, visto che il proprietario dell’appartamento del piano di sotto ha fatto valere una vecchia clausola, in cui una cessione di tutti i proprietari di alloggi nello stabile, cedevano a lui la proprietà del pianerottolo pur considerando che dovesse egli lasciare libero il transito a chicchefosse, perpetuamente. E allora, da un lato lui non rinuncia alla proprietà, dall’altro noi non possiamo certo arrampicarci in cordata sulla facciata del palazzo per uscire di casa o per rientrarvi. Ecco, le ho bell’e descritto la nostra vita di condominio. Dica la verità, ce la invidia? E pensare che una volta , su diciotto appartamenti, tre erano accupati da tre famiglie di conti e due dalla famiglia di un granduca e di un marchese. E adesso…. Almeno tutto questo servisse a qualcosa. Io che sono strabico dalla nascita, sono ancora strabico a 47 anni, nessuno di questi oculisti sovrabbondanti è riuscito a curarmi. Ed è per questo che, dato il mio fortissimo strabismo che non mi permette di proseguire a leggere un rigo oltre la quinta parola, non ho potuto portare a compimento nessun regolare corso di studi. Ed ancora oggi, studio. In storia, quest’anno, sono arrivato all’età del ferro. Per arrivare a fine di un capitolo in genere impiego dai tre ai quattro mesi. Mi sento un po’ avvilito. Ce n’è di che, lei mi capisce, vero? Lei conosce per caso una signora che mi possa fare un bel golf coi ferri del 12? Grazie infinite della risposta che vorrà darmi. La saluta anche la Fedora che le ha scritto questa mia lettera sotto mia dettatura e che mi legge sempre i suoi articoli interessantissimi sul giardinaggio e la caccia di frodo. La saluta l’abbonato alla sua rivista Bardiano Feròlti
Caro Signor Feròlti, anch’io ho lo stesso tipo di vista che ha lei. Ho gli occhi azzurri. E lei? Un saluto cordiale a lei e alla signora Fedora. Continui a farsi leggere il nostro giornale, mi raccomando.
Lo crede? Caro Signor Direttore,
la mia cugina Evele non voleva che le scrivessi,. Ma io l’ho fatto lo stesso. Oh beh! Ci mancherebbe altro! Come va lì da voi? Anche da noi. Demadiano Cobalti.
Gentile, Signor Cobalti, quando si dice il pandemico clima internazionale! Bene, sono contento per voi tutti che vada così. Un saluto direi quasi fraterno; mi permettete il quasi gemellaggio climatico?
© Copyright lelecerri.com
